L’odore della camera oscura

C’è stato un periodo in cui mio marito aveva una camera oscura con degli amici nella quale stampavano foto in bianco e nero. Mi piaceva guardare le immagini mentre venivano fuori nel liquido, cercare di trovare il momento migliore per strapparle dal loro liquido amniotico. Facevamo le foto aggiustando tempi e diaframma e non sapevamo quello che sarebbe venuto fuori. Tempi antichi.

Dopo varie compatte, qualche mese fa ho comprato una reflex digitale.

Ho scoperto che non la so usare. Mi vengono le foto peggiori che con il tablet. Anche con l’automatico.

Ieri ho iniziato un corso di fotografia di base che mi condurrà, dice il mio giovane e simpatico istruttore, a decidere prima cosa voglio fare e realizzare esattamente ciò che ho deciso senza possibilità di sbagliare.

Non ci credo ma voglio metterti alla prova, caro il mio fotografo.

Sereno è

Oggi mi sono svegliata nervosa, con un briccico nel petto. Non chiedetevi cos’è un briccico ma lasciatevi cullare dal suo suono.Parlando con mio marito di cose qualsiasi urlavo così che credo di aver svegliato tutti i vicini. Ma perché non riesco a parlare a voce bassa? Tra i buoni propositi del 2013 ci metterò quello di parlare a voce bassa: a scuola le classi vicine seguono le mie lezioni, mica va bene. Chissà perché, mi pare così di inculcar loro meglio la matematica e di entrare meglio nel capoccione di mio marito prima di tutto per capire cosa contiene. Mica è vero, lo so. Secondo me è il DNA. io sono schiava del DNA. In barba agli americani, io non posso niente. Ovvero, un minimo intervallo di variabilità dentro il quale comando io c’è ma al di fuori di questo non ho accesso. Se voglio, posso diventare un cantante. Se voglio posso diventare un politico. Se voglio posso. Macché.

Se voglio posso non essere nervosa. Questo sì.  Mica è poco.

Vi auguro una domenica serena.

Profemate rasserenata.

 

 

 

White Cliffs of Dover

Io sono sempre stata una frana in inglese: io leggevo e tutti ridevano. Così mi bloccavo ancora di più e, tra gli strafalcioni perchè non avevo studiato i nuovi vocaboli e quelli perché perdevo il controllo su quello che usciva dalla mia bocca, non si arrivava mai in fondo ad un paragrafo.  Se ripenso al mio inglese scolastico mi pare che non ci siano altro che due lezioni: quella del gatto che sta sopra e sotto la tavola e quella delle bianche scogliere di Dover. Veramente, pensandoci bene ne ricordo altre due: l’arcivescovo di Canterbury e una magnolia del giardino di una casa a Londra. E perfino una canzoncina: one for my master, one for my dan, one for the little on the leiv…

Tornando al punto, volevo dirvi che le ho viste. Sì proprio così.

No, non le pecore nere ma le bianche scogliere di Dover.  Sempre lì, bianche e visibili da più di 35 km, anche dopo 40 anni. Incredibile.  Esistono davvero.

Prossima tappa: la pecora nera.

Ho ricominciato a non dormire di notte e a strascicarmi tra poltrona  e letto tutto il giorno. Accumulo le cicche nel portacenere improvvisato,  i fazzolettini di carta sulle mattonelle; le tazzine del caffè si incontrano con le tazze della camomilla. Cammino scalza e indosso il pigiama. Se suonano lascio perdere. La testa mi pesa, i pensieri si intrecciano, prendono vie traverse, alcuni cercano di fuggire. Inutile. Tutto inutile in questa casa vuota. Ho comprato il gesso e ho murato la porta. Mi illudo di cacciare via l’attesa, la speranza che qualcuno torni.

Mi illudo di tenere il male lontano da me.

Inutile. Tutto il male dell’uomo, dicono, viene da dentro di lui.