Avanti mollacciona!

A te la scelta: puoi stare anche tutto il giorno a giocare a ruzzle o a bubble e lasciare passare le ore nell’indifferenza più assoluta. Oppure puoi pensare a quanto sei sfortunata, a quanto sei incapace, a quanto le cose intorno a te non sono come avresti voluto e qui di tempo ne puoi impiegare quanto vuoi, anche i prossimi tre anni. Oppure puoi alzarti a andare a passeggiare declamando dentro te il monologo di Riccardo III: Ora l’inverno del nostro scontento… Oppure puoi decidere di passare le prossime cinque ore dalla parrucchiera a farti prendere per il sedere e facendo portare via un decimo del tuo stipendio e poi andare a comprarti quelle scarpe nuove che dici da tanto che ti servono. Potresti anche andare a trovare un’amica, lavorare un po’ nello studio,  andarti a confessare, preparare il menù di Pasqua o divertirti a preparare l’ovone a sorpresa per i tuoi parenti.

Potresti anche provare, per una volta, a pensare solo a respirare.

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Massalè

Che c’è? Riuscii solo a domandare questo in mezzo a due sbadigli mentre mi stropicciavo gli occhi. Era ancora buio pesto, qualcosa doveva essere accaduto: ripensai alle pecore che avevo messo al sicuro, al grano che era a casa al coperto. Eppure qualcuno mi stava strattonando come se cadesse il mondo. E non pioveva nemmeno. Svegliati,  svegliati mi dicevano almeno un paio di voci diverse. Alla fine aprii davvero gli occhi e li guardai. E vi giuro, mi impaurii.  Quegli occhi sgranati come se avessero visto i morti uscire dalle tombe, quelle mani che tremavano mentre cercavano di allacciarsi i calzari, i piedi che correvano veloci di qua e di là. Mi alzai in piedi senza aprire bocca e cercai intorno qualcosa che potesse smuovere in loro tutto quel sangue: niente c’era intorno che non avessi lasciato lì la sera precedente: le montagne, le pecore, i resti del fuoco, i cani, la notte, le stelle, e tra tutte le stelle la cometa: come la sera precedente. Ancora muto guardò negli occhi suo fratello e lui rispose scuotendo il capo. E infine parlò: Dicono che sia nato il re del popolo.

Benino si lasciò cadere in terra mentre gli occhi gli si richiudevano. Lasciali dire, mormorò. E lasciami dormire. E si rimise giù pensando che erano tutti pazzi.

Massalè continuava a rigirarsi le mani nelle mani scuotendo il capo. Che mi frega se è nato il re del popolo: che vuoi che gli importi se io vado a trovarlo o no. E poi cosa gli posso portare? Forse un pane: ma ne dovrei fare a meno io. O forse una pecora: ma cosa direi domani a Benino? Forse basterebbe una brocca d’acqua: ma che dono povero sarebbe! Che figura farei? E poi ho da fare: le pecore, i cani, il fuoco, il pane, il grano , domani devo tornare a casa. Devo fare i solchi per seminare l’orzo. Devo riparare il tetto della casa. Ho una famiglia io. Dicono che sia nato in una stalla: come è possibile che sia un re? Mi sembra più povero di me. Eppure abbiamo tanto atteso che nascesse questo re. Ma non così. Mi aspettavo altro. Così non va bene. Mi prende storto, non so cosa fare. Dicono che sono apparsi degli angeli nel cielo che cantavano delle strane parole di gioia e di lode agli uomini di buona volontà. Ma che c’entra, dico io. Secondo me hanno bevuto. Secondo me hanno sognato. Secondo me perderanno le pecore. Secondo me saranno arrestati.

Massalè continuava a girare in tondo e non si accorse che piano piano era rimasto solo con Benino e  poche pecore addormentate. Se n’erano andati tutti. Poveri pazzi.

Total body

Me l’avevano detto che sarebbe successo. Io non avevo veramente creduto né a quelli che me lo gridavano dietro come una maledizione né a quelli che me lo assicuravano come un dono del cielo. Ma è successo. Sono completamente anestetizzata: non provo più dolore, quel dolore che fa gridare e urlare, che ti fa perdere i sensi; le ferite non bruciano più ad ogni passo facendo rivoltare lo stomaco. Vedo che mi scorre il sangue e mi dispiace perché penso che poi non ne avrò più, guardo chi mi colpisce e sono perplessa perché non me lo aspettavo: posso anche piangere perché mi dispiace farmi  vedere tutta sbrindellata ma finisce lì. Niente dolore, niente urla, niente panico.

Non sento più neanche l’emozione di una carezza, non avverto le manifestazioni di affetto. Ho il ricordo di quando sentivo e mi comporto di conseguenza ma non mi si riapre mai il cuore per una carezza, mai che senta sciogliersi dentro di me qualcosa di buono che mi pervada tutta.

Una carezza o un pugno per me sono la stessa cosa, solo la testa li distingue.

Chissà se c’era vicino alla capanna, 2012 anni fa, qualcuno anestetizzato come me.

 

Ho ricominciato a non dormire di notte e a strascicarmi tra poltrona  e letto tutto il giorno. Accumulo le cicche nel portacenere improvvisato,  i fazzolettini di carta sulle mattonelle; le tazzine del caffè si incontrano con le tazze della camomilla. Cammino scalza e indosso il pigiama. Se suonano lascio perdere. La testa mi pesa, i pensieri si intrecciano, prendono vie traverse, alcuni cercano di fuggire. Inutile. Tutto inutile in questa casa vuota. Ho comprato il gesso e ho murato la porta. Mi illudo di cacciare via l’attesa, la speranza che qualcuno torni.

Mi illudo di tenere il male lontano da me.

Inutile. Tutto il male dell’uomo, dicono, viene da dentro di lui.

Anna sorrise: un bel sorriso aperto. Ma subito si ricompose pensando che non stava bene ridere da sola. Già quella donnetta di fronte l’aveva scoperta e ora la guardava curiosa. ‘Ma sì, signora sono normale, sono solo molto triste e allora cerco di tirarmi su.’ Allora sì che si sarebbe stranita. povera donna, lasciamola lì in attesa della sua metro.  Magari starà andando al lavoro. O forse a guardare i nipoti mentre sua nuora lavora. Già, tutto è dovuto alle nuore, neanche ti ringraziano e ti lasciano tutti i giorni i bambini , soprattutto quelli malati e tu ci vai anche se sono malati e poi neanche un grazie. Ma che ne so magari avrà una nuora che l’adora. O che, forse, non le fa vedere i nipotini da anni perché pensa che li vizi. Ma che stupida, vedi che ricomincio a sentirmi triste? Saranno cavoli loro… ma cavoli  di chi?  Non so nemmeno di chi sto parlando, anzi pensando. Basta pensare arriva la mia metro. Adesso mi siedo, apro il libro e non penso. Però come puzza questa signora qui accanto. Mi sa che è una professoressa: le professoresse grasse puzzano sempre di sudore, è un dogma. Anzi meglio un assioma. Neanche facessero un lavoro di fatica. ma forse è l’ansia per gli studenti che le le fa sudare. O forse perché non sanno più cosa insegnano e perché. Boh. Leggo il mio libro e basta. Non odierò, si chiama. Io a volte penso di odiare mio fratello. O la mia migliore amica. E se qualcuno per sbaglio mettesse sotto la sua macchina mia madre credo che lo ammazzerei. E questo qui, gli hanno ammazzato tre figlie e una nipote e non odia.  L’ho sentito parlare: dice che una vittima che odia è vittima due volte. Mi fa ricordare un film di tante donne in una giungla, in una specie di campo di concentramento.  Quando vado a casa lo cerco.

La famiglia è quel posto dove ognuno sa tutto di tutti gli altri, dove non ci sono segreti, dove si può parlare di tutto con tutti: così avevano detto in tivù. Marco pensò che non c'era un posto dove sapevano meno cose di lui della sua casa. Chiuse la televisione e se ne andò in camera dicendo uno svogliato buonanotte alla porta del soggiorno.

Poca fede

"Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa." (Stig Dagerman)

Ho chiesto al Signore di dimostrarmi che è Dio e di farmi camminare da Lui sopra le acque. E adesso sono qui che cammino sopra il mare in tempesta con lo sguardo fisso in colui che tutto può e che mi ama. Sono certo e sicuro e penso che niente al mondo potrà togliermi questa certezza adesso che ho visto con i miei occhi, che ho sperimentato con i miei piedi. Ma, ad un certo punto, non so cosa accada, ad un certo punto non guardo più Gesù e per un istante penso che stia camminando sul mare da solo e guardo il vento, vedo che è forte, molto più forte di me e ho paura. Mi sento affondare, il mare mi trascina giù. Per fortuna incontro lo sguardo di Gesù e mi ricordo che, se sono qui, è per Lui: era la sua forza, non la mia, che mi teneva sopra le onde. E con l'ultimo respiro grido a quell'uomo con tutte le forze che mi restano: Gesù salvami! E in un attimo sento la sua presa forte che mi mette in salvo.

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(immagine da internet: porta nord del Battistero di Firenze)

Lifeless

Non so se ce la farò a trovare tutta questa energia.

Era l'ultima sera prima delle resa. Quella sera sembrava ancora che tutto potesse restare nella norma: un po' di nostalgia, un po' di tristezza, un po' di quella smania che ti prende dentro e poi passa. Aveva telefonato a sua moglie per chiederle di uscire. E lei gli aveva risposto: Se mi convinci e mi dici qualcosa che mi faccia venire voglia di muovermi da casa. Non un cenno, non una parola che facesse intendere la sua voglia di stare con lui. E' stata l'ultima sera che ha bevuto una birra ghiacciata nella sua comoda poltrona davanti a Gerry che sorrideva a potenziali milionari: l'ultima sera che ha goduto di un letto pulito, del SUO letto pulito. Entrare la sera nel letto pulito di ostelli e dormitori è la cosa più triste: potesse dormire sotto le stelle, sull'argine di un fiume, in mezzo ad una piazza, sulla terra sporca e dura… farebbe molto meno male, anzi non farebbe male per niente. I letti dei dormitori gli ricordano quello che non aveva saputo accettare, quello che aveva voluto abbandonare per trovare un po' di pace. Se non posso avere la perfezione, allora meglio lo schifo. Se non posso essere amato come voglio io meglio non essere amato per niente. Meglio non sperare più in nessuno che lasciarsi ferire una volta e poi un'altra ancora e poi ancora. Uscire dal gioco e non pensarci più, era stato il suo unico pensiero mentre prendeva la porta ed usciva senza portarsi dietro le chiavi

canon 18-12-2009 132Il cuore batteva forte : sembrava volesse uscire dal petto. La maglietta fradicia di sudore le stava appiccicata alla pelle e le dava una sensazione di freddo in mezzo al calore da cui si sentiva circondata. Era presto, era ancora notte: dagli avvolgibili passava solo la luce del lampione. Non aveva voglia di alzarsi ma sapeva bene che non si sarebbe riaddormentata. Il sogno si riaffacciava alla sua mente riportandole addosso ansia e terrore. Cercò di sistemarsi comoda sul uscino, di aggiustarsi la maglietta e anche il battito del cuore, ma non ci riuscì. Cominciò a pensare a cosa avrebbe detto e fatto il giorno dopo e sentì un sorriso sfiorarle le labbra.

Sta passando, pensò, adesso mi riaddormento. Mentre stava lì tranquilla assaporando il sonno che la riprendeva pian piano, un pensiero le venne alla mente assoluto, terribile, insindacabile. Aveva colpa lei, solo lei… non avrebbe potuto far niente adesso per evitare il peggio… ci stavamo cascando dentro e nessuno sembrava accorgersene. Guardò suo marito lì accanto che dormiva e le sembrò che fosse fuori posto, paradossale: come faceva a dormire sereno mentre stava accadendo tutto questo? Forse se lo sveglio… magari facciamo qualcosa… possiamo parlare decidere progettare qualcosa… Il buio della notte sembrava inghiottire i suoi pensieri e restituire mostri che diventavano sempre più grandi e riempivano la stanza. Si alzò quasi di fretta e uscì dalla stanza, accese la luce, bevve un bicchier d’acqua in cucina e passò dal bagno.  Poteva fare una cosa sola: mettersi a stirare. Era la sua vecchia tecnica quando passò un periodo insonne. Aprì l’asse da stiro, accese la caldaia, cercò un film alla televisione. Le cose già riprendevano le dimensioni normali: dopo un film e una pila di biancheria stirata sentì gli occhi che le si chiudevano e decise di ritornare a letto. Ringraziò Dio per avere un letto comodo con delle lenzuola pulite e si sentì felice di poterne godere. E lo pregò di perdonarle tutto il male che aveva fatto e tutto il bene che non era riuscita a fare. Dio- implorò- fallo tu quello che non so fare io.

Chissà cosa penseranno di noi tra un paio di centinaia di anni… Chissà che effetto farà pensare che della gente guardando un piatto di spaghetti non pensava più al nutrimento o al piacere del mangiare ma solo a come avrebbe fatto a smaltirli, che le persone prendevano la macchina per andare a prendere i bambini alla scuola a due passi ma poi si mettevano a correre su dei tappetini rotolanti che non portavano mai da nessuna parte. Forse penseranno a quegli sciocchi che credevano di essere liberi perché potevano cambiarsi sesso a piacere e innamorarsi di chi gli pare e alla fine si trovavano sempre più schiavi dell’istinto. Magari resteranno increduli davanti alla visione di qualcuno che chiede ai dottori di ammazzare il figlio nell’utero perché non sarebbe forse nato perfetto. Vedranno uomini e donne spendere ore e giorni e mesi per mantenersi giovani e belli… e si chiederanno se si fossero illusi forse di non morire mai. Forse… ma solo forse… qualcuno si chiederà come mai nessuno si domandava mai cosa stesse facendo in questa vita. E che cosa fare per non arrivare alla morte senza averlo capito. Come dei robat a pile che non hanno coscienza nemmeno che le pile si scaricano prima o poi.