patate mascè

Quando io ero piccola la gente non si fidava delle previsioni meteo. Quando io ero piccola e pioveva forte la gente andava in strada a stasare le fogne. Quando c’è stata l’alluvione la gente si è rimboccata le maniche e si è messa a spalare il fango, ringraziando se qualche volontario li aiutava. Quando io ero piccola la mamma mi faceva sempre le patate mascè. Io invece sono faticona: ripenso alle patate mascé della mia mamma, la rimprovero che non me le fa più e lascio perdere perché mi sembra un bel lavoro farle. Oggi invece ho lessato le patate e in un batter d’occhio, schiacciate: un po’ di burro e un po’ di latte caldo: eccole lì, belle gonfie, morbide, buone. Che goduria.

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Si gioca alla morte?

Avevo un grande cortile per giocare quando ero piccola: per correre, saltare, giocare a ‘cchiappino. Tanti sassi da collezionare, un muro su cui far rimbalzare la palla, un selciato su cui scrivere con i sassi, quadrati e numeri che diventavano un gioco dal nome strano quasi proibito: la morte. Avevo una terrazza sulla quale immaginare di essere su una nave, un giardino con un leone di pietra e una piccola vasca piena di pesciolini rossi. Avevo tanti gradini di pietra su cui sedere la sera d’estate quando ancora erano caldi del sole ormai tramontato. Avevo dei piccoli amici che ogni tanto passavano di lì. C’era un bambino che mi guardava da una finestra lassù in alto. Ogni tanto la sua mamma telefonava alla mia e lo faceva venire giù. E’ stato l’unico amico maschio delle elementari: gli altri facevano gruppo, mi facevano invidia e paura. Lui no, lui rideva sempre, lui stava volentieri anche con me da solo. Dicono che ieri ci sia stato il suo funerale. Io me lo vedo sorridente col suo nasone che mi fa ciao con la mano da una nuvoletta lassù. Mentre io continuo a giocare alla morte giù in cortile.

Vinile

Stasera c'è Sanremo. Io di Sanremo ricordo la famiglia tutta riunita, i foglietti preparati con i nomi delle canzoni e dei cantanti e la colonna per mettere i voti, ché volevamo anche noi provare l'ebrezza di partecipare, anni luce prima del televoto. Ricordo i giornalini con i testi delle canzoni che ci imparavamo a memoria prima di Sanremo. E appena finito Sanremo andavamo a comprare i 45 giri al negozio sotto casa e tutti dovevano dire quello che volevano. Mi ricordo che Claudio Villa mi sembrava così vecchio. Mi ricordo il babbo che faceva il tifo per Orietta Berti: 'Ecco la mia' diceva quando saliva sul palco. Mia sorella invece si pettinava come Gigliola Cinquetti e mia mamma diceva: 'Come Mina non c'è nessuno'. Mia nonna scuoteva il capo e mormorava 'Non ci sono più i cantanti di una volta…'

Ricordo lo sgomento che provocò Caterina Caselli mentre urlava col suo casco d'oro 'Nessuno mi può giudicare nemmeno tu!', ricordo mio zio che diceva: 'sono canzoni per giovani' ed io mi sentivo felice perché ero solo una bambina e a me piaceva. Ricordo il playback di Bobby Solo, le pietre di Antoine, i 1111 buchi del signor Bartolomeo, la casa bianca di Marisa Sannia, ricordo l'avventura di Battisti e il suo foulard bianco svolazzante intorno al collo. Ricordo Celentano e Claudia Mori, ricordo la prima volta di zucchero e quella di Vasco. Ricordo il cuore matto di Little Tony, le montagne verdi di Marcella, la piazza grande di Dalla, i volti da bambini di Nada e Rosalino Cellamare quando cantavano 'Pà diglielo a mà che la porto nel cuore che non la scorderò…' ed io sarei voluta scappare di casa solo per assomigliar loro. Ricordo un sacco di cose. Ricordo anche questo:

Incomunicabilità

Che non ho tanta voglia di scrivere non importa che ve lo dica. Forse perché penso che sia tanto difficile comunicare quello che davvero si ha dentro. Ma ancor di più perché penso che aglòi altri non gliene freghi proprio niente di scoprire cosa ho io dentro (questo non ve l'ho detto perché non ne vado molto fiera).

I miei tentativi di comunicazione sono quindi assai sporadici, refrattari, tronchi, criptici.

Ma l'altro giorno quando guardavo il trailer di ImMaturi mi sono venuti in mente i miei compagni di classe. E mi è venuta voglia di vederli, di sentirli, magari di andare a vedere il film insieme. Ho pensato di scriver loro una bella mail invitandoli ad una serata insieme. Ma poi ho lasciato perdere pensando, ovvio, che loro avrebbero risposto di no avendo molte altre cose più interessanti da fare. E sono andata a veder e il film con altri amici.

Ma durante tutto il film ho pensato a loro. Così quando sono tornata a casa ho mandato loro una mail che suonava più o meno così

Sono andata a vedere il film Immaturi ed ho pensato a voi. Abbracci.

Riuscite a capire perché nessuno di loro, di solito così carini e affettuosi, mi abbia risposto?

Firenze, la pioggia, l’amore

Firenze sotto l’acqua. Firenze con i suoi marmi e il cielo grigio. Firenze con le sue chiese e una mano che cerca la tua. Firenze con l’Arno, il Ponte Vecchio, le logge sotto il Corridoio Vasariano, le luci.
Il tuo primo appuntamento, in Piazza del Duomo in un pomeriggio qualsiasi. Sei uscita di casa con un ombrellino in mano, il panico che già ti stringe lo stomaco, una bugia detta di schiena alla mamma che ti chiede dove vai. Ma perché tutti ti guardano, ti giudicano con gli occhi, qualcuno indica le tua scarpe, qualche altro scuote la testa. Tu non sai dove mettere l’ombrello e vorresti tornare a casa: lì sotto il Duomo ti aspetta qualcosa che non sai. E non ti piace non sapere. Questo non ha niente a che vedere con gli sguardi complici dietro un tamburello vicino alle cabine, con le mani sfiorate mentre andavi in tandem sulla passeggiata, con la spalla in cui ti rifugiavi guardando Profondo Rosso in quel cinema a Viareggio. Lui è più grande, lui viene da un’altra città, lui ha abitudini,pensieri, certezze diverse dalle mie. l’ho incontrato già diverse volte in mezzo alla gente, abbiamo chiacchierato riso, poi mi ha riaccompagnato a casa… ma questa volta è diverso. Lui mi piace. Lui mi fa paura. Lui mi sorride. I suoi occhi verdi dietro il ciuffo che gli copre la fronte mi sfiorano e mi sciolgono qualcosa dentro lo stomaco. Mi fanno male. Sono rigida come uno stoccafisso. Poi mi prende l’ombrello e lo fa scomparire nella sua tracolla, sento la vicinanza del suo eskimo verde, sento la sua mano che sfiora la mia e mi porta per le vie del centro raccontandomi di architetti, scultori, pittori che io non conoscevo. Che sensazione strana stare lì,  con gli occhi nei suoi occhi, seduta nella chiesa di Orsanmichele della quale non mi eri mai nemmeno accorta, ad ascoltare il suo odore insieme alle sue parole. Speriamo che nessuno mi veda, penso all’improvviso…
Non so perché non ci siamo baciati, sotto quelle logge, seduti sulla spalletta dell’Arno. Forse perché ho capito che lui mi stava facendo fare il solito percorso che faceva con tutte con l’ovvio bacio sulla spalletta mentre si accendono le luci sul Ponte Vecchio… O forse perché ho avuto paura di quel frammento di amore che lui provava per me e che io provavo per lui. O magari, semplicemente, non ne avevo voglia.
Ma quante volte mi riguardo il film e nella scena delle luci sull’Arno faccio il tifo perché le labbra si sfiorino almeno… alla fine ho capito: mi hanno censurato il bacio, come nel dopoguerra, come in Nuovo Cinema Paradiso, in cui toglievano i baci con le forbici dalla pellicola.
Chissà dov’è andato quel mio bacio…

Profemate e le candele.

Era una festa, la domenica mattina. Mi svegliavo presto ed entravo nella grande camera della mamma e del babbo e saltavo dentro il lettone, enorme, morbido, con le coperte pesanti pesanti che quando ci entravi sotto ti sembrava davvero di stare in una grotta. Poi la mamma si alzava e si metteva la lunga vestaglia rosa e mi cantava: " bella la mi piccina, nata sorridendo di domenica mattina" ed io restavo a giocare con il babbo a  "è in arrivo un bastimento pieno di.. a…" Aeroplani! gridavo io che non sapevo ancora leggere. Arance diceva lui che faceva l’ortolano e ci metteva sopra frutta e ortaggi, come diceva l’insegna sopra il suo negozio. E così via. E io credevo che fosse un gioco vero e che ci fosse alla fine un vincitore.
Poi cominciava il bagno per tutta la famiglia: nonno e nonna lo avevano già fatto la mattina presto, poi toccava a noi: metti l’acqua, fai il bagno con la saponetta Pailmolive che quando era nuova sgusciava sempre via dalle mani e quando diventava sottile non sapevi più se ce l’avevi nelle mani, togli l’acqua, lava la vasca, rimetti l’acqua…e via di nuovo. Dopo il caffellatte con il pane lui e il latte con l’ovomaltina io, mentre in forno cuoceva l’arrosto della domenica ci preparavamo per andare alla Messa.
Entrare dentro quella grande chiesa altissima e scura e sempre fredda non mi piaceva. Dovevamo camminare per un po’ prima di arrivare alle panche e poi l’altare era ancora lontanissimo che non si sapeva mai chi parlava. C’era la cappella Brancacci lassù di lato ma nessuno allora andava a vederla. Io vedevo solo i grandi quadri con un dio grande e un po’ grasso con l’indice sempre in alto che sembrava brontolasse proprio me che facevo rumore camminando. Vedevo quelle madonne con lo sguardo triste e tutti quei vestiti gonfi gonfi che tenevano in mano dei bambini grassocci e tristi pure loro. Mia mamma e mia nonna si mettevano il velo in testa, quello di pizzo nero la nonna e un foulard fantasia (ma sempre scuro) la mamma. Il latino mi piaceva: mi incuriosiva e mi erano ormai  familiari tutte le desinenze. Durante la messa la nonna diceva il rosario e la mamma ad un certo punto mi portava ad accendere una candela. Metteva qualche spicciolo nella cassetta, prendeva una candela, l’accendeva e la metteva nel porta candele sotto una di quelle pitture che a me non piacevano. Non capivo. E non mi piaceva. E crescendo ho continuato a pensare che la candela fosse solo una forma di bigottismo, che se dio vuole ascoltarti lo fa, mica ha bisogno di una candelina accesa lì, ai piedi di quel suo ritratto (che neanche a lui piaceva, ne ero certa). E così ho continuato a pensare, vergognandomi un po’ quando vedevo mia madre e, da grande, anche mia sorella accendere una candela.

Finché un giorno non ne ho accesa una io. Sempre vergognandomi, ma l’ho accesa. Perché quando hai un problema grande che non ti abbandona mai vorresti stare sempre con lo sguardo davanti a Lui. Ma la vita continua con i compiti da correggere, la spesa da fare… e non ci si fa. Allora si lascia lì una candela. Ché resti a pregare al nostro posto.

Io non copio… scopiazzo

Questo post era nel blog dei miei ex compagni di classe: l’ho scritto per ricordarci di quando avevamo 16 anni e giravamo nei corridoi della nostra scuola. Può essere compreso solo da chi ha frequentato il Liceo Classico Galileo dal 72 al 77   Lo dedico al mio amicocollega (se mai passerà di qui) perché io non dico mai bugie ;-P

Noi che abbiano dormito una notte intera in via Martelli, con le sdraio da spiaggia, per iscriverci in quel liceo.

Noi che avevamo professori che erano stati in campo di concentramento.

Noi che avevamo assemblee autorizzate e assemblee non autorizzate.

Noi che abbiamo visto caschi neri, catene e pistole dentro la scuola.

Noi che abbiamo visto nascere i Decreti Delegati.

Noi che alla prima elezione dovevamo scegliere tra 13 liste.

Noi che  i pomeriggi a scuola facevamo i gruppi di studio autogestiti, mica il mentoring on demand…

Noi che indossavamo il loden, l’eskimo, i levi’s ( io mai gli originali…anzi no…una volta sì)

Noi che portavamo i libri con la cinghia, poi con la cinghia elastica, poi con la borsa di principe.

Noi che facevamo forche vere…mica stavamo a casa a dormire.

Noi che, se ci facevano arrabbiare, scaraventavamo i banchi. (Che dite? Solo io?…)

Noi che il piccì  non era una cosa per andare su internet.

Noi che il telefono era attaccato al muro dell’ingresso e chiudevamo tutte le porte per non farci sentire da mamma e papà.

Noi che facevamo i compiti insieme, con la merenda preparata dalla mamma fino alla quinta.

Noi che non ci sembrava vero di essere maggiorenni a 18 anni.

Noi che doveva cambiare l’esame di maturità prima del nostro (ed è cambiato 25 anni dopo).

Noi che eravamo senza ideali, senza stimoli, senza responsabilità… ( e adesso allora?)

Noi che pensavamo di cambiare il mondo.

Noi che se qualcuno ci stava antipatico gli si dava di fascista (veramente io ero tra quelli antipatici…)

Noi che ci scrivevamo sui diari frasi di Pavese, di Morrison, dei Vangeli (altro che blog!)

Noi che alle assemblee di classe non si parlava solo della gita.

Noi che la gita si chiamava ancora gita e non viaggio di istruzione.

Noi che si gonfiava i preservativi in pulman (… veramente…questo lo fanno anche ora…)

Noi che non avevamo voglia di fare niente ma almeno ci impegnavamo perchè i professori non se ne accorgessero.

Noi che i custodi si chiamavano custodi, avevano una vestina azzurra e le ciabatte nella bustina.

Noi che al biennio indossavamo il grembiule nero.

Noi che sputavamo dal terzo piano sulla testa della gente che passava in strada e una volta prendemmo un vigile sul casco e il tipo venne in classe. (Questo forse era meglio non dirlo…)

Noi che mangiavamo all’intervallo delle enormi pizze aperte e farcite con wurstel e crema ai carciofi (come?..me lo ricordo solo io…?)

Noi che chiedevamo ai professori di considerarci persone e non numeri sui registri.

Noi che, se entravamo quando c’era sciopero, ci chiamavano crumiri.

Noi che eravamo diversi…ma così diversi che di più è difficile immaginarlo… ma che a volte, tra i banchi di aule deserte o in fondo alle scale, ci mettevamo a parlare di noi e del mondo e ci sentivamo così uguali…

Noi che non sapevamo niente della vita e abbiamo dovuto impararlo, ognuno a suo tempo, ognuno a suo modo.

Avevo un pediatra anche io. Esatto: esistevano  già a quei tempi. . Era un omone rotondo, grassoccio e pacioccone. Ricordo il suo camice bianco, l’ambulatorio luminoso e piccolino, le sue visite a casa, mentre mi godevo le mie malattie nel lettone di mamma. Non mi ricordo le lunghe attese che ho fatto poi per i miei figli. Non parlava mai di statistiche e di percentili. ogni tanto mi dava una curettina ricostituente per fare contenta mamma, come andava di moda allora. Le boccettine di vetro erano ottime per giocare.
Io da piccola adoravo le caramelle: non la cioccolata, non i dolci, non lo zucchero, le caramelle.Rubavo gli spiccioli dalle borsette della mamma per comprarmele di nascosto al bar dietro l’angolo. Una volta ne mangiai un pacchetto intero in un attimo e mia sorella, non so se per farmi paura o perché era stata istruita da mamma, mi gridò terrorizzata che mi avrebbero fatto malissimo, che avrei potuto anche morire… io piansi per un po’, poi, una volta capito che stavo benissimo, ripresi a mangiare caramelle. Con cognizione di causa. Le zie mi chiamavano la caramellaia, le nonne nascondevano sull’armadio le caramelle alla rosa o all’orzo. Mi piacevano tutte, anche quelle all’anice e al rabarbaro.
Ricordo come se fosse ieri, mia madre che con aria tra il disperato, l’arrabbiato e il ‘ci pensi un po’ lei per favore’ , dire al pediatra:

Sarebbe sempre a mangiare caramelle, questa bambina. Non smetterebbe mai…

La lasci fare! – alzò la voce, deciso, il MIO pediatra – Vuol dire che ha bisogno di zuccheri!

Sant’uomo. Così si fa.

Post in costruzione

Mi piaceva mettermi a studiare a quest’ora, quando andavo a scuola.
Stendevo tutti i miei libri sul tavolone del salotto con lo spesso vetro verde e mi guardavo riflessa nello specchio del mobile davanti che mi rimandava anche l’immagine dello specchio del mobile di dietro; la luce filtrava attraverso le tende a vetri. Mi piaceva avvantaggiarmi, mi è sempre piaciuto avvantaggiarmi.. salvo poi arrivare e non sapere più che fare, o accorgersi di aver sbagliato strada.
Latino…lo copio domani… matematica… fatta in un balletto… greco…come per latino… storia… intanto leggo i titoli, poi, domattina prima della campanella, la studio… geografia astronomica la studio sennò quella rompe… filosofia… sarà assente… vabbè mi avvantaggerò facendo pure fisica per martedì prossimo tanto sono solo le tre e fino alle quattro non ho niente da fare. Dopo fisica vado a fare un pisolino.
Prima si che si studiava.
Quando facevo le medie mi alzavo 1243 volte per vedere chi passava con la vespina: Andrea ce l’aveva bianca, Stefano rossa, Gabriele azzurra e l’altro Andrea nera.
Avevano qualche anno più di me e per me erano irraggiungibili. I ragazzi che stavano con noi giù in strada erano niente, erano senza Vespa. Stavamo seduti sui gradini e loro sulle vespe: cavolo…tutta un’altra storia.