Ma dov’è Saturno?

Perché se qualcuno lo cerca probabilmente è qui, contro di me. E magari anche Marte.

Se interrogo, sono impreparati, se spiego, i miei studenti fanno amorevolmente i fatti loro, se cerco di utilizzare la rete per collegarmi con i tablet dei miei alunni, la rete non funziona, se compro qualcosa su internet mi arriva rotto, se insisto con un’altra occasione scopro che ho la carta ricaricabile vuota, se accendo il pc per preparare il compito per domani mi accorgo di un rumore strano e vedo il video innegabilmento NERO, se cerco di stampare qualcosa dal tablet, mi accorgo che manca il toner, se cerco la pennina in borsa per finire finalmente dei documenti per scuola mi accorgo che l’ho lasciata nel pc di scuola  e immediatamente penso che non la rivedrò più visto che mi hanno rubato dalla sala insegnanti un tappetino yoga (che ci facesse il mio tappetino yoga in sala insegnanti non ve lo posso proprio dire…)

E, badate bene, tutto questo (e molto altro) in due giorni.

Domani mi si romperà la lavatrice. E la lavastoviglie. In genere mi si ribella tutto contro per qualche giorno e poi  la bufera passa.

Ma mentre sono nella bufera mi sembra che non riuscirò mai più a riprendere i fili nelle mani, spiegare ed interrogare come sempre, preparare e riportare i compiti corretti come sempre, presentare le programmazioni come faccio ogni anno.

E più che mi arrabatto e più che va tutto a gambe all’aria e non mi ricordo di una riunione a scuola, e non metto i voti delle interrogazioni e riprendo a lavorare a maglia e mi ritorna la tendinite al polso.

Basta.

Vado a fare un bagno nella propoli.

O uno scrub all’aglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Centotrentacinque

Anche quest’anno maggio è passato. E, come di norma succede, è iniziato giugno. 135 sono i registri di classe che riportano la mia firma accanto alle materie fisica o matematica 135 annate di 135 classi diverse che si sono concluse con me che cercavo di dare il giusto voto, che cercavo di tenere la giusta posizione, che cercavo di mantenere la calma mentre scrivevo voti, assenze, giudizi, programmi. Qualche pizza con i colleghi per scordarsi di tutte le cose non fatte e di quelle che avrei voluto fare meglio. qualche buon proposito per l’anno prossimo. Molte cene con gli studenti da dimenticare, qualcuna da ricordare. Qualche discussione, un po’ di risposte poco carine e quella volta là che ho perso davvero la pazienza.

Ci vuole coraggio per riaprire ogni anno un nuovo registro di classe, per buttarci dentro insieme agli esercizi e agli argomenti svolti, nuovi progetti, nuove attese, nuove speranze per quei volti lì, sempre uguali e sempre diversi.

E’, in fondo, un atto di fede, riprovarci ogni anno.

Il colore del paradiso

Avrei voluto fare un post sul paradiso. Perché, secondo me, ci deve essere un posto dove la Verità è così evidente e prorompente per cui non ci si litiga più per affermare il nostro pensiero. Dovrà pur esserci un luogo in cui incontrerò tutte le persone che avrei voluto amare nella vita e dove finalmente saprò amarle davvero. Avrei voluto fare un post sul paradiso ma… l’ho già fatto.

L’ho già detto: ci sono dei momenti nei quali non riesco a parlare. Raccontare, qualunque cosa, in qualunque modo, non mi riesce. Forse troppe cose, troppi sentimenti… forse sensazioni non del tutto chiare nemmeno a me stessa. Forse il cuore troppo pieno di alcune cose che non so dire mi impedisce di vedere le piccole cose di tutti i giorni.
Sono quei soliti momenti nei quali vorrei fare mille cose e non riesco a farne una.
Sono quei momenti nei quali mi sento così inutile ed impotente davanti alle persone e al loro bisogno.
Sono quei momenti nei quali vorrei essere perfetta per amarle nel modo migliore.
Sono quei momenti in cui sento più vivo il desiderio di un abbraccio.

Solo una mano d’angelo

 

 

Solo una mano d’angelo

intatta di sé, del suo amore per sé,

potrebbe

offrirmi la concavità del suo palmo

perché vi riversi il mio pianto.

La mano dell’uomo vivente

è troppo impigliata nei fili dell’oggi e dell’ieri,

è troppo ricolma di vita e di plasma di vita!

Non potrà mai la mano dell’uomo mondarsi

per il tranquillo pianto del proprio fratello!

E dunque, soltanto una mano di angelo bianco

dalle lontane radici nutrite d’eterno e d’immenso

potrebbe filtrare serena le confessioni dell’uomo

senza vibrarne sul fondo in un cenno di viva ripulsa.                                                                                                                             

                                                                                                              Alda Merini   

Compito in classe

I ragazzi sono seduti in quattro file. Scrivono a testa bassa, in silenzio. Già questo mi sembra un miracolo. Li guardo assorti tra limiti e grafici: sembra che sappiano tutto. So già che non è così, ma è già qualcosa.

Li guardo e mi soffermo sui particolari. I polsi sono nudi: è passata l’epoca degli orologi colorati, è passata quella dei braccialetti colorati e poi quella dei braccialetti con il sonoro. Come è passata l’epoca dei capelli con la cresta, dei capelli verdi, dei capelli lunghi, dei capelli che stavano tutti dritti con il gel, Adesso forse è l’epoca dei ciuffi che coprono gli occhi. Le ragazze hanno smesso i tagli scolpiti, il liscio creato con la piastra e portano spesso capelli lunghi, anche ricci, al naturale. O che sembrano tali. E’ passata l’epoca degli ombelichi scoperti che ti veniva voglia di coprirli con una sciarpina. L’intimo femminile è tornato intimo mentre quello maschile è uscito allo scoperto. Sono tornate le scarpe di tela: avranno freddo questo inverno. Capisco che si preocccupino se piove. All Stars colorate e superga bianche. Le scarpe che sembrano i piedi di ufo robot sono out. I maglioncini sono di lana leggera con lo scollo a v o rotondo, in tinta unita o a righe. Qualche felpa sopravvive.

I loro diari sono scarni e se li leggi ci trovi solo i compiti o poco più: eppure solo ieri avevano dei diari che avevano perso la loro originale forma e dimensione, sovraccarichi di foto, biglietti, frasi, numeri fdi telefono, cuori giganti, sigle incomprensibili. Era il loro modo di comunicare: non avevano il cellulare, non avevano msn, non avevano facebook. Ecco cos’è fb: un grande, enorme diario in cui ciscuno ci può scrivere quello che vuole. Il cellulare ha preso il posto del fisso, msn sta prendendo il posto del cellulare. Forse fb prenderà il posto di msn.

Prima i ragazzi si trovavano per strada il pomeriggio a questo o quel muretto, in questo o quel mac, tutte le sere, anche se non avevano niente da fare: adesso si trovano su msn. Prima la scuola era anche un punto di incontro, un luogo dove si ritrovava gli amici o dove se ne incontrava di nuovi: adesso c’è msn. O netlog. O fb. O che ne so io.

I ragazzi sono cambiati. Che banalità. I ragazzi sono diversi. Per forza: vivono in un mondo diverso. I ragazzi di oggi sono peggio di quelli di ieri. Certo, il diverso lascia sempre sconcertati. E per togliersi il pensiero si dice sempre che erano migliori quelli di prima. Che stupidaggine.

Forse adesso fanno più fatica a stare di fronte al reale.  Quando a pochi anni venivano mandati ad aiutare i genitori nel lavoro dei campi il reale stare di fronte al reale gli era molto più familiare.

DRINNNNNNNNNN

Bella forza.

A volte basta un sorriso, uno sguardo complice e tu credi di avere la sua stima e il suo rispetto e di avergli comunicato la tua. A volte invece accade che uno si senta letto dentro dalle sue parole e, in maniera straordinaria, avverta l’unità che esiste tra i vostri cuori. Altre volte si riesce a comunicargli quello che sentiamo dentro come non ci era mai capitato.
Ma queste sono cose che accadono raramente.
La norma è che tra te e l’altro ci sia una distanza infinita anche se condividete la stessa aula, la stessa chat, lo stesso letto. E il tempo della vita ci è dato per riprendere ogni giorno la strada, per chiarirci, per spiegarci, per leggere  sguardi arrabbiati, per chiedere scusa il giorno dopo, per sentirsi sbattere la porta in faccia, per ascoltare parole che ti sembrano false, per chiederne il motivo, per andare al fondo del cuore tuo e dell’altro.

Perché al fondo del cuore non può esserci che l’unità.

Ma che fatica ogni giorno.

Per un istante di corrispondenza tra quello che c’è fuori di me  e il mio cuore..