a proposito di presunzione

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E’ la fine di settembre. La scuola è ricominciata, piano piano i volti riprendono ad essere familiari dentro un quotidiano incontrarsi.

Profe, mi chiede un ragazzo, come ha fatto lei a liberarsi da un amore impossibile?

E la profe resta spiazzata. Anche se ne sa una più del diavolo, anche se ha senpre una parola con cui replicare e un consiglio non richiesto da distribuire… quando una domanda arriva così, diretta, sincera, semplice e vera resta spiazzata. E un dubbio le si affaccia alla mente: mi prende per il culo. Ma le basta alzare gli occhi da quello che fa, fissarli nei suoi per capire che vuole proprio saperla quella cosa lì: niente giochetti. E allora non ci si può più tirare indietro, non si può rispondere con qualche frase fatta, con un ipsedixit personale. Devo raccontare di me, mica storie.

Eccomi dunque a farfugliare di cotte trapassate o di infatuazioni del passato prossimo… con quel briciolo di imbarazzo che ti fa capire che non racconti novelle. Ma il ragazzo mi guarda e scuote il capo, gli occhi delusi. No no profe, non parlavo di queste cose qui. Ci riprovo. Ma il risultato è identico.

No, profe, lasciamo perdere, conclude e se ne va.

E io resto lì come un baccalà con la sensazione di aver perso qualcosa nella vita e mi chiedo come ho fatto ad arrivare a 50 anni senza nemmeno un amore impossibile.

E da allora ogni tanto ci ripenso: cos’è un amore impossibile? Come si sopravvive ad esso? E quale sarà stato mai quel suo amore impossibile del quale forse voleva parlarmi?

In effetti ai miei post sull’amore, mancava proprio un post sull’amore impossibile. Datemi solo  un altro po’ di tempo di gestazione.

Cassandra

Ho pianto, ho gridato, ho urlato. Niente. Che gli dei mi perdonino. Non ho adempiuto al compito che mi era stato assegnato. Non sono riuscita ad aprire gli occhi, a spalancare le menti, a mettere in moto le loro braccia e le loro gambe. Sono una donna inutile… che vede e non riesce a far vedere. Non ho difeso la mia città. Che gli dei mi perdonino.

Quante volte avrei voluto non vedere, non sapere. Quante volte ho chiesto agli dei: Perché? Perché? Perché mi avete dato questo dono di vedere se non riesco a muovere, a convincere, a squarciare l'oscurità degli uomini? Quante volte avrei voluto tacere… ma come avrei sopportato la colpa di cose sapute e non dette?

Ho creduto che le  parole portassero con sé la sventura, che fossero causa dell'avverarsi delle sciagure che preannunciavano… ma è possibile che gli dei seguano le parole di una povera donna?

Come sono entrata in questo buio non lo so. Non una fessura, una porta, uno spiraglio. Solo buio e gelide mura contro le quali ho sferrato colpi fino a ferirmi ed ho sentito il sangue caldo scorrere sulla mia pelle. Adesso non corro più, non grido più. Non so neanche se esisto più.

Domani mi chiederanno ancora.

Ma sono così stanca stasera… Forse le parole non avranno la forza di uscire, di combattere, di imporsi, di soccombere. Muta, lontana, guarderò la realtà come se fosse irreale.

Che gli dei mi perdonino.

Meglio soli che male accompagnati.

Verissimo. Se uno è solo non chiede aiuto perchè non ha nessuno a cui chiederlo e si arrangia da solo. magari se proprio non ce la fa, urla, sperando che qualcuno da lontano senta. Potrà arrivare a disperare ma non dubiterà mai di se stesso

Se uno è male accompagnato, invece, vede uno vicino e, nel momento del bisogno, chiede aiuto. Ma chi gli è vicino, essendo malo non risponde, continua a fare la sua strada come se niente fosse. Dopo una, due, dieci volte, colui che chiede aiuto, comincerà a pensare che la voce non esce, dubiterà della sua stessa esistenza se è invisibile a chi lo accompagna. E questo è peggio della disperazione. Quindi…

Meglio soli che male accompagnati.

Quando passano tanti giorni dall’ultimo post, quando senti l’affetto di tante persone così diverse tra loro… scrivere un post è difficilissimo. Hai tante cose da raccontare, hai troppi stati d’animo da esprimere, desideri raggiungere ognuno con la parola più giusta, vorresti scrivere un post ironico, malinconico, intelligente in una volta sola. Naturalmente non ci riesco. In realtà non  riesco a farlo mai in maniera dignitosa, come alcuni amici mi hanno fatto notare (e li ringrazio per questo:non sia mai che mi metto in testa strane idee ), ma riesco a farlo, mi piace farlo e mi riappacifica col mondo farlo (e per quanto mi riguarda tutto questo è abbastanza).

Favoletta

La donna camminò e camminò, di giorno e di notte, sotto il sole e sotto l’acqua, nel folto del bosco e nell’assolata tundra…. camminò per giorni, per anni, per mesi, forse per secoli. Quando arrivò alla grotta del Mago Sapiente che tutto può, era distrutta ma piena di speranza: finalmente poteva chiedergli l’unica cosa che desiderava.

‘Ti prego, Mago Sapiente, togli dalla mia vita tutte quello che è imperfetto, sbagliato, tutto ciò che non mi appaga fino in fondo, tutto ciò che è cattivo e non rende felici!’

‘Certamente… ne sarò lieto.’ disse il mago sapiente e si apprestò, con uno strano sguardo, a compiere la magia.

Simbazidanagravefindana… pronunciò il mago.

E…pouff! La donna scomparve, portandosi via il sorriso che le aveva riempito il volto.

La vita e le mani

C’è stato un tempo in cui io credevo di possedere la mia vita. La felicità delle persone che amavo era  nelle mie mani, nel mio cuore e nel mio cervello la voglia di studiare dei miei alunni e il loro successo scolastico, il futuro era nella mia capacità di attuare il presente. Ma…ecco che un giorno i miei figli hanno reclamato il loro diritto di essere tristi, i miei studenti quello di percorrere le strade che li avrebbero portati fuori dalla scuola. Io credevo di preoccuparmi per loro ma ero solo egoista: avrei voluto che i miei figli fossero felici e realizzati, avrei voluto che tutti i miei studenti fossero bravi ma solo per poter graidare al mondo: "Vedete come sono brava!?"

Ho smesso ormai da molto tempo di misurare. Misurare la riuscita di chi mi sta intorno per misurare la mia. misurare l felicità e sentirmi in credito. Ho capito che non è giusto prendersi la colpa (o il merito) di quello che fanno le persone intorno a noi. Ho capito che la loro libertà è la cosa che devo amare di più.

 

ptoematechehasmessodimisurare…masaràvero?

Peggio per loro

Il campeggio lo dovrebbero vietare. Crea assuefazione e dipendenza. Uno crede di poter smettere quando vuole ma, credetemi, non ce la fa. Dovrebbero creare delle comunità di disintossicazione per campeggiatori incalliti.
Io, tutti gli anni, sbraito un tot, dentro di me e pure fuori: Ma guarda qui… tutto questo sudicio, sempre a spazzare… ma chi me lo fa fare… sembriamo deportati… e paghiamo pure un sacco di soldi. capita che ti rubino la sdraietta dalla piazzola, o magari è solo il vicino che scherza… capita che il tuo cucinotto venga invaso dai topi, e i tuoi vicini hanno di che sghignazzare per settimane… capita che ti viene il mal di schiena e tutti lì a chiederti come stai… Combatti con il polline, con le formiche, con l’elettricità che salta. Giuri e spergiuri che questo è l’ultimo anno, che cavolo…
Poi accade che guardi un pezzo di cielo blu in mezzo ai pini della macchia mediterranea mentre vai a rigovernare con i tuoi cocci sottobraccio, poi accade che mentre vai in spiaggia senti profumo di mirto e camomilla e rosmarino. Accade che una sera alle nove  e mezzo intravedi il cielo ancora rosso e allora vai in spiaggia con le tue amiche, e te ne stai li a guardare quel ben di dio, quella calma perfetta incorniciata dai fari: quello di Talamone, quello di Porto Santo Stefano e, davanti, quello del Giglio. E piano piano vedi apparire le stelle, ad una ad una, mentre il giorno,sfinito, decide di lasciare posto alla notte. E avresti voglia di fumare una sigaretta e di bere un bicchiere di buon vino rosso perché è troppo bello.
Poi accade che la mattina ti svegli presto e te ne vai dritta sulla spiaggia senza nemmeno lavarti il viso e senti la sabbia ancora fresca sotto i piedi e vedi il mare che non è lo stesso di mezzogiorno. E ti fai il bagno in quel lago che sembra mandare via pensieri e preoccupazioni e nuoti pure. E senti il tuo corpo agile e svelto. Come se quell’acqua ti togliesse mille anni.

E capisci che per te il mare sarà sempre campeggio. Come quei due vecchietti che sembra abbiano mille anni davvero e si montano la loro roulotte e lasciano vuota la casa che hanno nel paese vicino.
Mentre arrivano i turisti, sempre più numerosi negli ultimi anni, cedi loro un po’ controvoglia il dominio di quel pezzo di spiaggia. ma sai che stasera tornerà ad essere solo tua.

Ale , lo sai che sei proprio brava come baby sitter? – squittisce una bimba tondetta che fa il bagno vicino a  me con un tubo galleggiante rosa barbie.
Ah si? Grazie! – risponde la ragazza che la segue.
Quando hai 18 anni ti farò guidare la barca di mia nonna… te l’ho promesso…
Ma io… mica son bona…

Questi mi sa che non stanno al campeggio…

Peggio per loro.

vecchi o nuovi, interni o esterni… ne sono fuori anche quest'anno!

Tra un po’ ci sarà l’esame di stato.  Quest’anno io ne sono assolutamente, improrogabilmente, innegabilmente … FUORI.

Questo provoca in me un sottile piacere che vorrei condividere con voi.

I giorni degli scritti passano. Tra la lotta per l’accaparramento dei ventilatori e per l’aula più fresca, le discussioni per i suggerimenti che io non devo dare ma che vedo dare dagli altri, la tensione per la riconsegna dei cellulari ai rispettivi padroni alla conclusione della prova, bene o male passano. L’arrivo dei signori in divisa, il brivido dell’apertura delle buste, l’estrazione a sorte della lettera  e della classe ci danno una carica emotiva non indifferente. Alcune volte poi mi è toccato di andare a riacchiappare Studentesullenuvole che durante lo svolgimento della prova ha chiesto di uscire ed invece di andarsene al bagno predisposto ha visto bene di passare per la biblioteca e il bar.

Sono i giorni degli orali che restano. Come i grani della corona di un rosario ti passano davanti identici. Portano con sé la noia più completa. Dopo che hai passato mesi a dir loro: "Ragazzi il primo quarto d’ora è vostro: stupiteci, colpiteci, ammaliateci pure…fateci scordare che vi conosciamo e che sappiamo tutto quello che non avete fatto!", iniziano così: " Io vorrei cominciare da italiano, poi D’Annunzio…poi la ricerca operativa…"

STUUNN… tu senti fisicamente le braccia caderti giù…ti sembra di sentirne il rumore… e ti accomodi, sperando di aver almeno imparato dai tuoi studenti a far finta di seguire mentre il tuo pensiero vaga in lidi lontani… Poi arriva il tuo momento, i tuoi fatidici 6 minuti e 30 secondi (quasi sempre cronometrati per la par condicio) in cui tu, pur avendo nel cuore la tempesta più buia, resisti imperterrita con una forma di sorriso sulle labbra (perchè metterli a proprio agio è il nostro primo dovere) a fare domande e ad ascoltare risposte che, se siamo molto (ma mooolto!) fortunati, sono assai approssimative e improvvisate.

E tu vorresti alzarti e gridare al mondo: " Avete visto? Niente!!!! Non hanno mai fatto niente!!!" e sussurrare al tuo analista "Io credo di non aver fatto tutto quello che potevo…" , Invece resti lì, li guardi, li consoli, con un sorriso, porgi loro un bicchiere di carta con l’acqua dentro (sempre con un dolce sorriso) e preghi…preghi che finisca. E dopo averli così accuditi e consolati devi sopportare di vederli il giorno successivo tornare vestiti da mare con l’asciugamano e le pinne e devi correre per avvisarli che ancora il voto definitivo non si è dato, un po’ per salvarli ma molto di più per vederli correre a nascondersi in bagno impauriti.

L’unica cosa umana in tutto questo è il rapporto che si viene ad instaurare misteriosamente col collega che ti si siede accanto il primo giorno ( e poi tutti i giorni per una regolarità che non mi appartiene). Sguardi di sottecchi, paroline sussurrate, gomiti che si sfiorano, storie di passioni lontane e giovani angosce che richiedono a volte lo sguardo di rimprovero della prof più anziana e lo sguardo invidioso  di altri…

..e che ci volete fare…s’ha da sopravvivere!