Stanchezza disordine nostalgia confusione smemoratezza incapacità silenzio sporcizia malanimo insofferenza solitudine vuoto.

Non attendere niente.

Non attendere niente di buono.

Come si fa a vivere?

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Sfogo sgrammaticato pomeridiano

Cosa c’è di più noioso ed ingombrante di una donna piagnucolosa che si lamenta che le cose non vanno?

Lasciatemi, però piagnucolare un po’ qui: chiedo scusa ad amici e sconosciuti. Comincio: ultima possibilità di abbandonare la nave, il post, il blog, fate voi.

 Ho discusso con gli studenti, mi sono lasciata affliggere dalla loro demotivazione, ho fatto confronti con gli studenti degli anni passati, mi sono lasciata invadere dalla malinconia e dalla sensazione angosciante di stare su una strada dove non vedo dove sto andando e neanche riesco a frenare ma so solo che sono su una scogliera e giù, in fondo al dirupo c’è il mare, mi sono lasciata afferrare dalla sensazione quasi di pace quando ti accorgi di essere già caduta giù nel vuoto dove non hai più da affannarti perché non puoi fare più niente per fermare la tragedia. ho incontrato in mezzo alla mia tristezza una donna su una carrozzina senza le due gambe e mi sono sentita un verme. E subito dopo, un’altra raccontava al venditore ambulante che le era morto il marito dopo 4 anni che era infermo, e poi il figlio e adesso il genero aveva abbandonato la figlia. E mi sono sentita ancora un vermiciattolo strisciante. Ho scoperto che le mie colleghe non stanno bene con me, che i miei familiari non stanno bene con me che, insomma se prendessi una controfigura non se ne accorgerebbero neppure. Io con me non ci sto malissimo, e neanche con gli altri: che ci posso fare? ma non ci sto nemmeno benissimo e sempre mi manca un pezzetto per essere contenta, che ci posso fare? e davanti ad una cosa bella sempre mi accorgo del particolare che la rende imperfetta: che ci posso fare? E ho scoperto che l’anno scorso ho sbagliato a fare la domanda di trasferimento che magari se l’avessi fatta bene non sarei stata quest’anno in quella scuolaccia che non sopporto più. Mi ricordo com’era tanto tempo fa, gli studenti che mi pare mi abbiano voluto bene e quelli di adesso invece… e mi si stringe il cuore che ci posso fare? E lo stesso stringimeno mi prende quando guardo le altre cose della mia vita e allora mi devo distrarre altrimenti mi innervosisco. E poi mi innervosisco perché mio marito fa come se non esistessi e tutti fanno come se non esistessi. E mi incazzo perché mi incazzo, invece di trovarmi un amante o di fuggire  in Australia. e sono andata a confessarmi ma si vede che i preti hanno di meglio da fare ed ora che il vecchio prete è morto non hanno più l’orario delle confessioni: non si sa quando ci si confessa… anche se lei è un prete e potrebbe farlo ora no? E vorrei fare bene mille cose invece faccio il riso freddo al pomodoro e mi viene uno schifo. E non riesco a rimettere a posto la mia camera, figurati la mia vita. E lascio che gli altri mi dicano cose che già so ma che non capisco. E rimango qui a chiedermi se la realtà la sto accettando o se sono ferma immobile di fronte ad essa perchè mi sento impotente. e se mi sento impotente come faccio a non sentirmi più così visto che l’esperienza degli ultimi dieci o dodici anni conferma questo pensiero?

E mi chiedo se i problemi non esistono e me li creo io o se i problemi ci sono e solo io li vedo. E mi hciedo come fa la gente a sopravvivere perché per me, che non ho grossi problemi, è così difficile ed arduo e cosa dura. e sono stata a chiecchierare venti minuti sotto il sole cocente davanti ad una scuola ormai vuota in un parcheggio deserto con un signore di una certa età che mi ha raccontato della sua maestra di quarta elementare, e mi ha detto il suo nome e il suo indirizzo di Roma, quello che gli aveva dato lei quando si era trasferita dalla città della Campania dove insegnava, e mi ha raccontato che camminava per chilometri per andare a scuola, anche in mezzo alla neve e quando tornava doveva zappare la terra e all’ora di cena i suoi lo chiamavano e i compiti li doveva fare ascuola mentre glieli davano perchè non aveva altro tempo ma era bravo soprattutto a matematica e sapeva la geometria, e poi mi ha detto che la vita no, non è un mistero è un dono di Dio e bisogna viverla ed io mi sono sentita cretina perché sono stata venti minuti sotto il sole a chieacchierare con un signore forse un po’ fuori di testa e perché a volte io la vita faccio fatica a volerla vivere.

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I problemi della vita non so più risolverli. Non sono bei problemini di matematica con la soluzione che ti sta aspettando, bella chiara ed inequivocabile. I problemi della vita sono contorti: spesso ne esci sempre perdente. E questo non piace. Mi sembra di ricordare che un tempo non era così… ma forse, un tempo, i problemi della vita non li avevo.  Potrei dare la colpa a questo o a quello perché sono diventata così, ma credo che la colpa sia solo mia. O forse non c’è colpa. A volte vorrei tornare indietro e ricominciare la vita per vedere se riesco meglio. Ma poi mi ricordo dei videogiochi e che la seconda volta è sempre peggio della prima. E poi sarebbe ricominciare fidando solo in se stessi e so già che questo non paga. Ho fatto un dolce che non lieviterà perché ho messo il lievito naturale pensando di mettere quello rapido. L’ho fatto senza uova perché non ce l’avevo. L’ho fatto solo perché volevo sentormi utile in qualche modo. Tristissimo fare un dolce per sentirsi utile. farlo male, ancora più triste. Ho fatto la pasta per la pizza ma con l’impastatrice e non mi ha dato soddisfazione. Farà schifo anche quella. Dopocena mi resta da annaffiare i gerani e sono al completo. Chi ha orecchie da intendere, intenda. Adesso vado a togliere il dolce, prima che bruci. O forse è già bruciato. Pace.

pioggia

Pioggia fuori. Dentro anche. I miei studenti a casa, io pure.Non mi fanno più ridere i miei studenti: mi fanno rabbia, tenerezza, simpatia. Ma neanche una risata. Li vedo tutti fermi immobili e mi chiedo se il pensiero dentro di loro si muove. Solo qualche paio di occhi sono vivi: ma solo gli occhi.
Guardo il mio studente Arrivosempreinritardotanto e mi viene voglia di chiedergli: ‘Scusa sai… ma io parlo con un uomo o con un mollusco?" E lo faccio. Anche per i suoi occhi. Lui mi guarda, balbetta, lo sento chiedere al compagno: ‘Mollusco?’ ‘Sì, senza colonna vertebrale’ (e meno male…) E giù, gli scarico addosso una tiritera sulla capacità di azioni di un certo tenore che ci distingue dai molluschi, sulla volontà che ci distingue dai cani… e lui mi fa: ‘Ma prof…non è una questione di volontà … è…che ho sonno…’
Basta, ci rinuncio. Mi viene voglia di abbracciarlo (e non lo faccio) perché quando non si può niente almeno lasciatemi abbracciare la loro schiettezza, la loro mancanza di rispetto, la loro mancanza di volontà, la loro mancanza di desideri, la loro mancanza di entusiasmo, la loro mancanza di interesse… E in un lampo mi viene in mente che è tutta roba mia.

Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?
                                             
Sono passati tanti anni, era una classe seconda. Vedo i volti degli studenti sfocati, non li riconosco. Un solo volto vedo con chiarezza e di quel volto ricordo anche molti particolari… i capelli biondi, la corporatura robusta, il trucco pesante, nero di rimmel e eyeliner. Aveva un paio di anni in più dei suoi compagni. Ricordo le sue urla, il suo volto sfigurato e pallidissimo, le sue mani che tremavano. Ricordo lei che si alza in piedi e urla, fortissimo, contro tutti e contro nessuno: forse solo contro se stessa. Ricordo il resto della classe in un silenzio sbigottito. Si apre la porta ed entra il solito custode che, probabilmente , teme per la mia incolumità. Ricordo che io lo tranquillizzo e lo mando a prendere un bicchiere d’acqua. Rivedo il bicchiere d’acqua nelle sue mani tremanti. Rivedo nei suoi occhi la paura della morte, l’impotenza dell’uomo di fronte alla fine della vita, la rabbia davanti ad un dolore che non si capisce, ad una lontananza disumana, la voglia di scappare via, di fuggire, di andare dove si può far finta che la morte non esiste. Non ricordo che cosa aveva scatenato tutto questo: forse il solito spiritosone che risponde "E’ morto" alla mia richiesta di informazione su uno studente assente, o l’osservazione di un compagno "Ma era vecchio…" di fronte alla sua comunicazione della morte di un nonno. Davvero…non ricordo.
Ricordo invece, molto bene, che non sapevo che dire. Non si sa cosa dire di fronte alla morte. Non ci sono parole umane adeguate. Ma non si poteva far finta di niente, non potevo lasciare un così grande dolore senza un tentativo di condivisione.
Chiamai un amico, un caro amico, un po’ psicologo, un po’ insegnante di religione e passammo un’ora con lui, solo i ragazzi che lo volevano. Rimasero tutti. Ricordo una sola cosa di quello che lui disse: "La domanda sulla morte è la domanda sulla vita: non possiamo chiederci perchè c’è la morte senza chiedersi anche perchè c’è la vita. La domanda sulla morte, quella che fa male al cuore, deve diventare un impegno perchè la vita abbia un significato"